LE 3 DOMANDE DA FARSI (E CHE SPESSO NON CI FACCIAMO) SUL NOSTRO FUTURO

Prevenire l’imprevedibile quando parliamo di salute e del benessere, in un’ottica legata all’invecchiamento, non è solamente qualcosa di possibile ma è diventata sempre più una necessità. Infatti, secondo il recente rapporto ISTAT “Italia in cifre” (2016), nel 2015 solo il 40,1% della popolazione italiana tra i 65 e i 74 anni gode di buona salute! Non solo: il 75,95% convive con almeno una malattia cronica è un abituale consumatore di farmaci.

La ventennale esperienza del Centro Phoenix, ha permesso di sviluppare negli anni programmi specializzati nel campo dell’invecchiamento, finalizzati non solo a promuovere stili di vita sani ma anche a tenere allenata e lucida la nostra mente al fine di prevenire e ritardare gli effetti dell’invecchiamento, naturali e non!

Questi dati ti spaventano? Bene! Perché forse è il momento di farsi 3 domande:

  1. Che futuro vuoi per te stesso?

Gli anziani di oggi sono anziani con un’aspettativa di vita sempre più lunga e potenzialmente socialmente attivi che diventano, contemporaneamente, anziani più fragili: maggiormente soggetti a malattie croniche, che minano troppo precocemente le loro capacità intellettive e fisiche, sostenute da uno stile di vita non ottimale e inseriti in una società che ha sempre meno tempo e risorse per il sostegno.

  1. Come puoi evitare tutto ciò?

Rivolgendoti ad esperti del settore dell’invecchiamento, che sapranno valutare e programmare interventi volti alla promozione di uno stile di vita più funzionale e del benessere psicofisico, mantenibile anche in età non più giovanissima.

  1. Quando iniziare a fare qualcosa?

Non è mai troppo presto! Vuoi smettere di preoccuparti per tutti questi cambiamenti che si fanno sempre più evidenti con il passare del tempo? Vorresti sapere come fare a tenere in allenamento la tua mente? Vuoi sapere come proteggerti dalle conseguenze dell’inecchiamento?

La responsabilità che abbiamo nel rispondere a queste domande è enorme, non solo nei nostri stessi confronti, ma anche nei confronti dei nostri cari e del futuro che noi, attraverso le scelte di oggi, sceglieremo per loro.

BADANTE E DEMENZA: COME FORNIRE REALE ED EFFICACE ASSISTENZA AL NOSTRO CARO E ALLA NOSTRA FAMIGLIA?

Tante sono le scelte difficili che dobbiamo affrontare quando ci prendiamo cura di una persona affetta da demenza.

La scelta di assumere una badante è tra quelle più importanti e tormentate poiché in questi casi particolarmente lungo e doloroso può essere il processo di scelta, dove spesso restiamo sospesi tra la necessità di un aiuto esterno e la volontà di poter ancora essere in grado di prenderci cura in prima persona del nostro caro.

Non parliamo poi delle inevitabili preoccupazioni di contorno come quella economica o la paura di non affidarci a delle mani competenti.

Ma non siamo soli: la richiesta di lavoro di cura a domicilio rappresenta infatti un fenomeno in crescente diffusione nella nostra società, essendo sempre più numerose le famiglie che si trovano a dovere ricorrere all’aiuto di terzi per la cura di un familiare anziano molto spesso affetto da demenza; tale lavoro di cura è nella maggioranza dei casi svolto da badanti che hanno provenienze culturali, età, percorsi professionali e scolatici molto diversi.

Lo sapevi che nel linguaggio comune siamo abituati a chiamarle badanti ma il termine tecnico più appropriato sarebbe “assistente alla persona”?

Selezionare una badante non è una cosa facile poiché significa far combaciare le competenze e le disponibilità della persona con le esigenze e i bisogni del nostro familiare anziano e della famiglia.

Ma cosa valutare per affidare con sicurezza ad un estraneo la cura dei nostri cari? Come essere sicuri che questa abbia le giuste competenze? Per prima cosa parliamo di due cose da NON fare:

  1. Non cadere nello stereotipo della categoria “badante”, spesso vista come un insieme di persone con le medesime caratteristiche e, soprattutto, medesimi difetti;
  2. Non cadere nel rischio di minimizzare le competenze necessarie a svolgere il lavoro di cura con anziani non autosufficienti e quindi a selezionare la badante più sulla base di qualità umane della persona, piuttosto che di competenze specifiche.

Sarebbe un grosso, grossissimo errore!

Sicuramente ci sono badanti che fanno questo mestiere con minore motivazione e professionalità, ma questa non è la regola! In una nostra newsletter abbiamo parlato infatti di 5 preliminari e importanti consigli che possono tornarci utili in questa delicata scelta, ovvero:

  1. SEMPRE EFFETTUARE UN COLLOQUIO

La persona, possiede tutti i documenti necessari? Ha esperienza nel settore dell’assistenza? Possiede un attestato di formazione in area socio-sanitaria? Possiede referenze verificabili? La persona appare compatibile con le esigenze della persona malata?

  1. CHIEDERE “COME SI COMPORTEREBBE SE…?”

Formulare alla persona domande in questa formula ci fornisce molte informazioni, soprattutto in merito alla pazienza, all’amore per il proprio lavoro e al rispetto per l’assistito!

  1. DOCUMENTI IN REGOLA, MOTIVAZIONE E COMPETENZA

Sempre diffidare dall’assenza di queste tre caratteristiche.

  1. SFRUTTARE AL MEGLIO IL PERIODO DI PROVA

Far svolgere alla persona più mansioni possibili che tu e gli altri familiari potete controllare; non dimentichiamoci di chiedere un parere anche al nostro caro assistito.

  1. FORMAZIONE SPECIFICA

Se  l’anziano da assistere è affetto da una particolare patologia, come ad esempio in caso di demenza, è fondamentale che la persona abbia competenze specifiche!

Non esiste la badante “perfetta” e sebbene non sempre chi si occupa di assistenza possieda competenze specifiche nel campo della demenza, è auspicabile che, qualora possibile, la famiglia stessa possa fornirle (direttamente o indirettamente) attraverso la partecipazione a percorsi di formazione che possano soddisfare le singole esigenze.

Rivolgiamoci a professionisti esperti nel settore della formazione ai caregiver e al personale di assistenza.

Non sottovalutiamo il fatto che l’impegno, la fatica e le difficoltà dell’assistenza che viene richiesto a noi familiari viene richiesto anche al personale di assistenza.

Conoscere la malattia e comprendere i bisogni che porta con sé è importante per migliorare la vita del paziente e di chi lo accudisce: non è solo la persona che soffre di demenza ad avere bisogno di cure, anche chi lo assiste necessita di sostegno, consulenza e di consigli che aiutino a rendere il suo compito meno gravoso.

ATTIVITÀ DA SVOLGERE IN CASA: COMBATTERE LA DEMENZA DIVERTENDOSI INSIEME

Se anche tu ti prendi cura di un familiare affetto da demenza e non hai mai sentito parlare di “riabilitazione cognitiva” o di “stimolazione cognitiva”, questo articolo fa sicuramente al caso tuo.

Perché? Perché vuol dire che fino a questo momento non hai percorso la strada più efficace per contrastare il decorso della malattia.

Quindi partiamo male, molto male! Ma non temere, ci siamo noi ad aiutarti!

Prendersi cura del corpo del nostro caro e trattare, attraverso l’uso di farmaci, i disturbi comportamentali che egli presenta è senza dubbio fondamentale ma come la mettiamo con le sue abilità mentali? Ci stiamo prendendo cura di esse? Si, perché più il cervello lavora (ovvero, viene stimolato a mantenersi attivo), meno si deteriora; al contrario, meno viene stimolato, più veloce sarà il decorso della malattia e delle sue abilità residue. E’ importante tenere il nostro caro in allenamento costante e continuo, sia per un mantenimento fisico che mentale.

Negli ultimi anni, infatti, sono stati sviluppati numerosi programmi riabilitativi rivolti ai nostri cari che, oltre a stimolare efficacemente le loro funzioni cognitive, tengono conto di fattori emotivi e psicologici: terapie come la terapia della reminescenza consentono, ed esempio, di migliorare il tono dell’umore dei malati e rivitalizzarne gli interessi, persi a causa del progredire della malattia. Inoltre, la stimolazione cognitiva, associata ad interventi di ambiente protesico, attuati presso il domicilio del paziente e volti alla compensazione dei disturbi cognitivi e comportamentali e delle limitazioni funzionali e promuovendo le abilità residue, consentono di intervenire efficacemente sul paziente nel proprio ambiente domestico.

Lo sapevi che… i trattamenti non farmacologici, tra cui la riabilitazione e la stimolazione cognitiva, si sono rivelati utili anche nel migliorare la qualità di non solo del malato ma anche di chi se ne prende cura (Oazaran et al., 2010)?

A tal punto sorge una domanda: quali attività si possono eseguire in casa con il proprio caro? Le attività sono molteplici e vanno calibrate in base alle abilità del malato che, ovviamente, vanno impoverendosi con il progredire dalla malattia. In questo potrà esserci utile un neuropsicologo esperto nel campo delle demenze che ci aiuterà a creare, parallelamente e imprescindibilmente ad un intervento riabilitativo specialistico, un programma di attività facili e anche piacevoli da poter svolgere in casa con il nostro caro. Attività giocose, oltre ad essere più facilmente gradite ed accettate dai nostri cari, coltivano la nostra relazione e ci avvicinano gli uni agli altri, accettando l’errore e la difficoltà come regola condivisa del gioco.

Attività come il ballo, il canto, il gioco con le carte, la ricostruzione di un puzzle (magari con tessere gradualmente più grandi) , la cura del giardino, disegnare o colorare, cucito, lavoro a maglia o ricamo (per le donne), aiutano a strutturare la giornata, favoriscono la socializzazione e ci aiutano a contrastare la malattia.

Ma quali sono le indicazioni fondamentali da seguire per poter trovare attività da far svolgere in casa ai nostri cari? Ecco di seguito le più importanti:

  1. Cercare di coinvolgerli in più attività quotidiane possibili (es. nel cucinare o nella cura della casa), anche se il suo aiuto non è realmente necessario; tale aspetto è fondamentale anche ad aumentare la partecipazione alla vita familiare e soddisfare il desiderio/bisogno dei nostri cari di contribuire ad essa.
  2. Sfruttare tutte quelle attività da sempre svolte con piacere, mettendo comunque in conto che la malattia potrebbe modificarne l’interesse (non arrendiamoci e cerchiamo di essere flessibili e creativi!).
  3. Enfatizziamo il divertimento e lo stare insieme, non il risultato.
  4. Se non sono più in grado di continuare a svolgere attività abituali, semplifichiamole o sostituiamole con altre più semplici; evitiamo il più possibile di sostituirci al nostro caro, stimolando la loro autonomia e le competenze residue.

Ricordiamo infine di promuovere l’attività fisica: semplici passeggiate all’aria aperta sono perfette per tutelare il tono muscolare, migliorare la mobilità articolare e l’equilibrio, aumentare l’appetito, facilitare il riposo notturno nonché per scaricare la tensione, l’aggressività (che spesso caratterizza chi è affetto da demenza) e migliorare l’orientamento spaziale nell’area circostante la casa; il tutto con ricadute positive nel facilitare alla famiglia la gestione quotidiana dei propri cari.

L’INGREDIENTE SEGRETO E’…

Più le cose si fanno complicate, più tendono a complicarsi! Si tratta di una frase fatta ma sempre, troppo, attuale, reale e, quando parliamo di affrontare una malattia degenerativa come una demenza, assistendo in casa un nostro familiare anziano, è vera in tutti i sensi!

Da un lato, l’aggravarsi della malattia che, deficit dopo deficit, determina per il nostro caro, un effetto a cascata anche su quelle abilità e autonomie ancora mantenute (che ahimè vengono comunque a perdersi troppo presto); dall’altro lato ci siamo noi.

Noi, familiari dal gravoso e arduo compito di prenderci cura di una persona malata e che, al pari del tanto amore donato, spesso in cambio ne ricevono solo tanta solitudine. E quando le nostre relazioni e il supporto ricevuto da esse viene meno, il nostro equilibrio psicofisico viene intaccato: il tono dell’umore si abbassa progressivamente, mentre l’ansia e l’insicurezza aumentano.

L’ingrediente segreto per mantenere un equilibrio psicofisico, specialmente quando ci troviamo ad affrontare situazioni difficili, è quello di ritagliare sempre uno spazio per noi stessi e per coltivare le nostre relazioni.

E’ ormai indiscusso a livello scientifico, oltre che a livello di esperienza quotidiana di tutti noi, che, le persone che riescono a mantenere solidi legami di amicizia, affetto e amore, sono più felici, hanno meno problemi di salute e sono più resistenti alle situazioni stressanti, rispetto a chi invece conduce una vita più solitaria.

Ma come fare a coltivare le relazioni in situazioni così particolarmente gravose, dove spesso non abbiamo neanche il tempo di svolgere le operazioni più elementari della nostra giornata? Come trovare la forza e il tempo da dedicare a noi stessi!

Scopriamolo insieme!

 

FINALMENTE POSSO ARRENDERMI

Nella continua lotta tra ciò che crediamo giusto e ciò che crediamo sbagliato, come possiamo essere sicuri di fare la scelta migliore? E poi, infondo, cosa vuol dire “migliore”? Nel turbinio di domande che ci affliggono quando ci troviamo in particolari e delicati momenti della nostra esistenza, la confusione è paralizzante; non riusciamo più a muovere un passo né per andare avanti né per tornare indietro, perdiamo la bussola e non sappiamo più né da dove veniamo né dove stiamo andando.

Eppure, nonostante tutto, continuiamo a lottare contro i nostri nemici, a cadere e rialzarci. Ma ogni volta che cadiamo iniziamo a notare che alzarci è sempre un po’ più difficile e prima o poi finiamo a passare più tempo sul terreno che in piedi… ma senza mai arrenderci.

E se adesso vi dicessi che arrendersi, talvolta è la soluzione? E se vi dicessi che solo riconoscendo la nostra debolezza, possiamo diventare più forti? E se vi dicessi che solo perdendo il controllo e consegnandolo a chi è veramente in grado di aiutarci, possiamo tornare a lottare?
Imparare a chiedere aiuto quando se ne ha bisogno è un atto di umiltà e coraggio, attraverso cui si riconosce il fatto che si dispone degli strumenti base per aumentare le proprie possibilità e le proprie azioni, per il raggiungimento dei propri obiettivi e per superare le difficoltà.

La scelta è nostra: continuare a disperdere le nostre energie aspettando il momento in cui non saremo più in grado di alzarci dal terreno, oppure pianificare con strategia il nostro futuro e, di conseguenza, quello delle persone che contano su di noi? La responsabilità di questa scelta è solo nostra.

Chiedi aiuto ora e anche tu potrai dire “finalmente posso arrendermi”!

CURE NON FARMACOLOGICHE NELLA DEMENZA: QUALE EFFICACIA?

Quando si parla di “cure” da erogare ai nostri cari affetti da demenza, si pensa spesso al trattamento farmacologico, ovvero all’utilizzo di farmaci, pensando che esso sia il modo migliore per contrastare la malattia; ciò appare del tutto comprensibile, in una società in cui la medicina ha fatto passi da gigante ed è sempre più alla portata di tutti.

Un bene o un male? Rispondere a questa domanda sarebbe arduo in questa sede ma, di certo, non possiamo negare la tendenza ormai di molti a ricercare in una “pastiglia” una sicura soluzione ad un problema. Parallelamente però appare aumentare sempre più l’interesse per la ricerca di “alternative”, infatti, sempre più spesso sentiamo parlare di terapie non farmacologiche per la cura di molte patologie.

Lo sapevi che… dati forniti da Censis (Centro Studi Investimenti Sociali)  e Aima (associazione Italiana Malattia di Alzheimer) svelano che il numero di malati che accedono a farmaci specifici per l’Alzheimer si è abbassato negli ultimi 10 anni?

Farmacologiche o non farmacologiche che siano le cure, quello di cui si parla poco è la loro efficacia.

Al contrario di quanto avviene per molte condizioni patologiche, quando parliamo di demenze e, in particolare, di Alzheimer, le evidenze scientifiche sull’efficacia delle terapie non farmacologiche sono molte ma spesso poco conosciute. Sono, infatti, tante le famiglie che assistono in casa un familiare affetto da demenza che possiedono come unico riferimento le terapie farmacologiche, non sapendo che essa, pur essendo in continuo sviluppo, è comunque limitata da fattori quali il rapido evolvere della malattia e la comparsa di effetti collaterali importanti; per non parlare del costo non indifferente dei farmaci.

Rientrano invece tra gli interventi di tipo non farmacologico, quelli di aggiustamento protesico dell’ambiente domestico all’interno del quale viene assistito il nostro caro. Questi non riguardano solo la ristrutturazione dell’ambiente fisico, bensì sono atti a prolungare le autonomie dei nostri anziani, compensarne i deficit cognitivi e facilitare e supportare noi familiari nei processi assistenziali.

L’idea di fondo del concetto di ambiente protesico è che gli anziani affetti da demenza possano acquisire dall’esterno ciò che non riescono a ottenere dall’interno.

A tal punto è importante chiedersi: qual è l’efficacia di tali interventi “protesici”? La letteratura ci suggerisce come bastino semplici accortezze affinché si possa incrementare il senso di benessere nel malato e nel familiare. Interventi educativi di ambiente protesico, volti a chi assiste il proprio caro, comportano un miglioramento della qualità di vita di tutto il nucleo familiare.

In questo senso, quando parliamo di ambiente protesico ci riferiamo anche al sostegno psicologico da erogare a coloro che si prendono cura del proprio caro: è stato riscontrato come, l’attuazione di interventi psicologici anche a distanza (tramite computer), possano avere innumerevoli vantaggi sulla salute mentale del caregiver. Infatti coloro che hanno beneficiato di tali servizi, riportano una notevole riduzione dei livelli d’ansia e depressione ben 7 volte inferiore, rispetto a coloro che non né hanno usufruito (Livingston et al., 2014).

E il nostro caro? Quali benefici per lui? Tanti studi italiani e internazionali hanno dimostrato come sia evidente, grazie ad interventi di questo tipo, una riduzione in frequenza e/o intensità dei disturbi comportamentali che presenta il nostro caro e, in particolare, di deliri, allucinazioni, agitazione, aggressività, disturbi del sonno e dell’alimentazione; la riduzione dei disturbi comportamentali sembra mantenersi anche negli anni successivi l’intervento (Mogentale et al.,2009;2016).

Alla luce di tutto ciò, non possiamo forse concludere concordando nel fatto che se ci si affida a professionisti competenti, combattere la demenza è possibile.

5 PRIME ED ESSENZIALI REGOLE SULLA MODIFICA DELL’AMBIENTE DOMESTICO PER CHI ASSISTE IN CASA UN FAMILIARE AFFETTO DA DEMENZA

Relazionarsi con il proprio caro affetto da demenza è un compito arduo, complicato e talvolta genera sconforto poiché non sappiamo quale sia il comportamento più giusto da adottare. Quando un malato affetto da demenza perde in progressione le sue abilità, è necessaria la costruzione di una “protesi ambientale” tanto più complessa quanto complessa è la perdita, ovvero, è necessario apportare alla casa delle modifiche atte a sostenere il nostro caro nel suo ambiente, compensando i disturbi comportamentali, le limitazioni funzionali e stimolando le abilità residue.

Non tutti sanno che semplici strategie di aggiustamento dell’ambiente domestico in modalità protesica, suggerite da personale specializzato, possono incrementare il livello di benessere nostro e del nostro caro, con benefici su senso di autoefficacia e sicurezza ma soprattutto, sulla nostra relazione!

Oggi parliamo di 5 prime ed essenziali regole sulla modifica dell’ambiente domestico, da dover conoscere quando assistiamo in casa un familiare affetto da demenza.

  1. FAVORIRE L’ORIENTAMENTO TOPOGRAFICO

Nella demenza, soprattutto quella di tipo Alzheimer, la capacità di orientamento nello spazio è una delle prime abilità a vacillare, inizialmente in spazi poco conosciuti, ma via via sempre di più anche nei luoghi abitualmente frequentati, fino ad avere difficoltà nello spostamento e nel riconoscimento delle stanze della propria casa. L’adeguamento dell’ambiente domestico in modalità protesica, tenendo conto di tali difficoltà, si prefiggerà di rendere la navigazione all’interno della casa il più semplice possibile, ad esempio apponendo etichette o immagini sulla porta delle stanze che abitualmente la persona occupa durante le attività quotidiane o mettendo in risalto i percorsi con l’uso di nastro colorato.

  1. MANTENERE LE ABILITÀ FUNZIONALI RESIDUE

Adeguare l’ambiente significa renderlo più semplice, riducendo in alcuni casi il numero di elementi che ne fanno parte con l’obiettivo di  contenere il più possibile l’eventualità di errori o di confusione, oppure semplificando le attività o il numero di passaggi richiesti per raggiungere un certo obiettivo. Ad esempio nel caso dell’attività del vestirsi anche una persona con difficoltà di riconoscimento o di manipolazione degli oggetti, potrà riuscire nell’operazione qualora i vestiti siano già preparati nell’ordine e nelle condizioni in cui vanno indossati.

  1. FAVORIRE IL MANTENIMENTO DI ELEMENTI DI IDENTITÀ PERSONALE

Con la demenza, assieme alla memoria e alle altre facoltà cognitive, ciò che va perso e che si sgretola inesorabilmente è il senso di identità personale. Assieme ai ricordo di eventi e di esperienze che hanno contribuito a determinare chi siamo, sbiadisce lentamente anche il senso di chi siamo e questo genera comprensibilmente emozioni di tristezza, perdita, vuoto, ma anche di confusione e di angoscia. Per contrastare questa perdita o per lo meno per rallentarla è utile mantenere il più a lungo possibile le abitudini, le preferenze e gli oggetti che accompagnano le persone con demenza. Lasciando degli spazi protetti di autonomia personale all’interno degli ambienti che diano spazio alle capacità di autodeterminazione residui.

  1. FAVORIRE IL CONTROLLO DEI DISTURBI COMPORTAMENTALI

Grazie all’adattamento dell’ambiente in modalità protesica è possibile contenere ed in alcuni casi addirittura prevenire manifestazioni comportamentali problematica come agitazione, aggressività, deliri e allucinazioni. Ad esempio, superfici riflettenti o specchi possono essere a volte causa scatenante di un delirio, poiché il malato, non riconoscendo più la sua immagine riflessa potrà credere e verbalizzare di vedere uno sconosciuto in casa.

  1. GARANTIRE UN AMBIENTE SICURO

Una persona con demenza ha più possibilità di un’altra di mettersi in situazioni di pericolo in diversi ambienti della casa. Sono molte le fonti di potenziale pericolo e derivano sostanzialmente dal fatto che un malato di demenza farà progressivamente sempre più fatica a riconoscere e manipolare gli oggetti e a valutare le conseguenze che derivano da una determinata azione. Ogni stanza o ambiente nasconde le sue insidie: nei corridoi, per le scale e alle finestre vi è il rischio caduta o inciampo; il bagno e la cucina nascono l’insidia dei detergenti e dei prodotti per la pulizia che possono essere ingeriti o ancora il gas che può essere dimenticato acceso. La porta di casa non sorvegliata può diventare una via di fuga.

Proprio in ragione delle mille insidie che in ognuno di questi spazi si può nascondere, ecco perché diventa importante analizzare assieme ad un neuropsicologo specializzato in materia, tutte le soluzioni più efficaci per prevenire i rischi che ogni situazione peculiare porterà con sé.

Perché parlare di un neuropsicologo? I familiari che assistono in casa una persona affetta da demenza si troveranno di fronte alla responsabilità di compiere una scelta: sperare che le cose vadano meglio o agire affinché le cose vadano meglio!

La sola strategia vincente è quella di affidarsi a mani esperte che possano prepararci alla malattia, sugli interventi realmente efficaci nel contrastarne la progressione e sostenere noi caregiver in tutela della nostra stessa salute.

PERCHÉ PROPRIO A ME?

Cosa significhi affrontare una malattia, nostra o di un nostro caro, è difficile da comprendere agli occhi di un estraneo e spesso impossibile anche solo lontanamente da immaginare.

Indipendentemente dal tipo di malattia (passeggera o grave che sia), quante volte abbiamo detto o pensato frasi come “solo io posso sapere cosa sto passando” o “nessuno lo può capire”?

E in questa certezza, magari qualcuno ci avrà rimproverato del fatto che non è vero, che fare la vittima non serve a nulla, che non vogliamo farci veramente aiutare … La verità è che nessuna delle due parti ha ragione o torto e non esiste un modo giusto o sbagliato di affrontare la malattia, esistono solo modi diversi; tali modalità che ciascuno di noi mette in atto, in gran parte, dipendono dalle nostre caratteristiche individuali, soprattutto di tipo psicologico.

Ciò che è sicuro è che, nei momenti di malattia, molte sono le emozioni da imparare a gestire: esse mutano continuamente, sono spesso negative e soprattutto tendono a  mescolarsi e a confondere la nostra mente. Per non parlare poi di tutta una serie di ulteriori sintomi di tipo fisico che possono insorgere e che possono essere altamente debilitanti. I sintomi così detti psicosomatici coinvolgono infatti il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Le emozioni negative, come il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione possono mantenere il sistema nervoso autonomo e il corpo in una condizione di emergenza continua, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare.

Lo sapevi che… tra i disturbi di tipo psicosomatico, quelli che più comunemente possono manifestarsi rientrano: gastrite, colite, ulcera peptica (per l’apparato gastrointestinale); tachicardia, aritmie, cardiopatia ischemica, ipertensione essenziale (per l’apparato cardiocircolatorio); asma bronchiale, sindrome iperventilatoria (per l’apparato respiratorio); psoriasi, acne, dermatite psicosomatica, prurito, secchezza della cute e delle mucose (per il sistema cutaneo); cefalea, crampi muscolari, stanchezza cronica, fibromialgia, artrite (per il sistema muscoloscheletrico).

La tempesta emotiva che può scatenarsi in certe situazioni, è una reazione assolutamente “umana” e non bisogna esserne spaventati ma bisogna essere capaci di gestire adeguatamente le emozioni ed affrontarle nel modo più corretto. Non vi sono indicazioni che vadano bene per tutti indistintamente, ed ecco perché è necessario affidarsi alle mani di un esperto.  Ognuno di noi è chiamato a trovare la propria strada, poiché essa è funzionale ad una comprensione della malattia e anche ad una migliore prognosi. Saper affrontare con consapevolezza (e con i giusti strumenti) una situazione così difficile e delicata diventa una necessità alla quale non possiamo sottrarci.

Queste emozioni sono molto intense, perdurano da molto tempo e impediscono il normale svolgimento della vita quotidiana? Se la risposta a questa domanda è sì, parlane subito con uno specialista psicologo o psicoterapeuta! Loro sapranno indicarti cosa fare.

Anche se è vero che tutti noi, almeno in alcuni momenti della malattia, sperimentiamo una qualche forma di paura, è importante imparare ad affrontarla, perché quando essa diventa eccessiva, oltre alle conseguenze di cui abbiamo già parlato, c’è il rischio che essa vada a ledere anche i nostri legami interpersonali e, di conseguenza, influenzi la nostra capacità di circondarci di persone alle quali possiamo chiedere sostegno o da darci addirittura una sensazione di perdita di controllo.

“La famiglia. Eravamo uno strano piccolo gruppo di personaggi che si facevano strada nella vita condividendo malattie e dentifrici, bramando gli uni i dolci degli altri, nascondendo gli shampoo e i bagnoschiuma, prestandoci denaro, mandandoci a vicenda fuori delle nostre camere, infliggendoci dolore e baci nello stesso istante, amando, ridendo, difendendoci e cercando di capire il filo comune che ci legava.”
(Erma Bombeck)

Un consiglio universalmente valido è quello di permettere a chi ci sta intorno di aiutarci, anche nelle incombenze quotidiane, e di parlare con amici o familiari delle nostre paure e difficoltà per ridurre la sofferenza emotiva che accompagna la malattia, nostra o di un nostro caro assistito in casa.

Rivolgersi ad un esperto non è un segno di debolezza, come alcuni ritengono, dimostra al contrario che abbiamo avuto la forza di guardare dentro di noi e riconoscere delle difficoltà nell’affrontare una situazione difficile e inaspettata.

QUALE ALIMENTAZIONE I NOSTRI ANZIANI? UN’ASSICURAZIONE PER L’INVECCHIAMENTO.

L’alimentazione è sempre più, negli ultimi anni, oggetto di interesse scientifico non soltanto per quanto riguarda validità di diete e di particolari regimi alimentari di cui oggi si parla molto, ma soprattutto per quanto riguarda la lotta a molte condizioni mediche e non solo.

Sappiamo infatti che, da elevati livelli di colesterolo a problemi di funzionalità renale, dalla celiachia all’iper o ipo tiroidismo, molte persone hanno bisogno di un regime alimentare specifico dal quale non possono scostarsi, pena ulteriori complicazioni mediche o peggio.

Qual’è la buona notizia? Che anche gli italiani, finalmente, sono sempre più sensibili alla tematica della prevenzione e, con essa, anche a quella dell’alimentazione. Ma abbiamo ancora parecchia strada da fare… Nello specifico, vogliamo soffermarci oggi sull’importanza dell’alimentazione nel campo dell’invecchiamento sia normale che patologico.

Perchè? Per due motivi principali: il primo riguarda il fatto che spesso, nell’immaginario comune, l’uomo resta  giovane in eterno (ci piacerebbe!) e non si considera che con l’aumentare dell’età cambiano le richieste fisiche e mentali; il secondo è che da anni ormai il mondo della scienza ha accertato una correlazione diretta (sia in termini di insorgenza che di decorso) tra alimentazione e alcune delle peggiori e mortali condizioni patologiche quali neoplasie, malattie cardiovascolari e demenze.

Lo sapevi che all’aumentare dell’età avvengono modificazioni fisiologiche, quali il rallentamento del metabolismo basale e la diminuzione della muscolatura scheletrica, cambiamenti dello stile di vita, come la ridotta attività fisica, che riducono il fabbisogno energetico, ma che richiedono un giusto apporto di nutrienti?

Il problema, nell’anziano, è appunto quello che è necessario garantire un regime alimentare equilibrato e completo nei principali nutrienti. Non dimentichiamo poi l’importanza di una adeguata idratazione: infatti, gli anziani sentono meno la sete o non bevono per paura di disturbi come l’incontinenza urinaria o per timore dell’accumulo di liquidi; è invece necessario bere ogni giorno una buona quantità di acqua per preservare la funzionalità renale, idratare la pelle, e ridurre il rischio di stipsi. Ricordiamo che un vantaggio dei liquidi è quello di poter essere introdotti sotto diverse forme, anche maggiormente gradite come i succhi di frutta; per la gioia di molti, anche un bicchiere di vino durante i pasti va bene… purché la quantità sia limitata!!!

Lo sapevi che le persone anziane sono anche a rischio di carenza di ferro? Evitiamola aumentando ad esempio il consumo di legumi, radicchio, spinaci, uova e carne rossa.

Queste e molte altre indicazioni per una più corretta alimentazione sono già presenti nella “dieta mediterranea”, riconosciuta come uno tra i regimi alimentari più completi e fondamentali per garantire la salute dell’individuo durante tutto l’arco di vita.

 

 

I più recenti studi in merito (es. Hardman et al., 2016), già da molto tempo, hanno accertato infatti che, chi segue tale regime ha una prospettiva di vita più lunga e più in salute. Ciò riguarda non solo l’invecchiamento normale ma anche quello patologico: si parla nello specifico, come già accennato prima, delle demenze.

Un malato di demenza, rischia più di quanto si possa pensare di non mangiare e bere a sufficienza e in modo equilibrato e, in conseguenza, di essere malnutrito e di peggiorare il suo stato di salute. Ricordiamoci poi che mangiare e bere non è importante solo per la salute fisica ma anche per l’umore; è importante tenere vivo il gusto di mangiare e bere insieme, anche se spesso è tutt’altro che facile.

Ma perchè chi si ammala di demenza ha tutte queste difficoltà con l’alimentazione? Perchè le alterazioni dovute alla demenza sono tante. Tra le più frequenti ritroviamo queste condizioni:

  • I disturbi della memoria possono indurre il malato a non svolgere più correttamente operazioni abituali come fare la spesa e cucinare finendo per cucinare e mangiare sempre meno o sempre le stesse cose;
  • Spesso non si è più in grado di esternare la propria fame e la propria sete o non si ricorda più se si ha già mangiato o bevuto;
  • Sono presenti alterazioni olfattive e gustative che possono ridurre l’appetito.

Che si tratti di un invecchiamento normale o patologico, i familiari che si prendono cura di un anziano possono fare molto per garantire ai loro cari le migliori condizioni di salute possibile e se in caso di difficoltà o dubbi non esitiamo a  rivolgerci ad un esperto del settore dell’invecchiamento.

Il benessere di domani dipende dalle scelte che facciamo oggi!

 

 

“TOCCHERÀ ANCHE A ME?” QUANDO LA PAURA DI SCOPRIRE LA MALATTIA CI METTE A DURA PROVA

Molti di noi hanno fatto, nel corso della loro vita, un’esperienza particolarmente interessante: quella di avere un dubbio (anche lieve) riguardo il proprio stato di salute, facilmente risolvibile con una indagine medica e magari con semplici esami del sangue.

Eppure quella volta abbiamo rimandato, rimandato e… rimandato! Siamo stati bravissimi a trovare scuse e impegni improrogabili che ci impedivano di fare gli accertamenti necessari.

Un giorno però, magari costretti dai familiari, magari per qualche altro motivo, li abbiamo fatti e abbiamo respirato l’aria più buona del mondo scoprendo che dietro il nostro malessere non vi era nulla di grave, realizzando solo in un secondo momento che abbiamo avuto la tremenda paura di scoprire qualcosa che non eravamo pronti ad accettare!

Lo stesso può accadere quando in gioco non c’è direttamente la nostra salute, ma quella di un nostro caro: in attesa di un referto o prima di un esame o di una visita importante, è possibile provare ansia e avere la testa invasa da mille preoccupazioni sulle conseguenze che un cattivo esito potrebbe portare. Fa parte di questo genere di situazioni quella in cui potremmo ritrovarci catapultati nel mondo dell’assistenza ad un familiare, in conseguenza ad una diagnosi di demenza.

Iniziamo però sottolineando che avere paura di ammalarsi, o di dover affrontare la malattia di un nostro familiare, è tanto profonda quando normale!

Lo sapevi che la paura ha una funzione adattiva?

L’essere umano, alla pari degli altri animali, posto di fronte a una minaccia o un pericolo, attiva una serie di reazioni che servono a difenderlo dai pericoli interni (come una malattia) o esterni, ambientali (quali ad esempio un terremoto).

Le paure riguardanti la malattia sono molte e possono riguardare ambiti diversi: paura di non essere autonomi e di dover chiedere agli altri intorno a te, paura dei farmaci e dei loro effetti collaterali, paura che le terapie non funzioneranno, paura del dolore, paura di non poter più tornare a condurre una vita normale, paura di morire.

E poi c’è il paradosso: oggi la scienza è in grado di curare una quantità nettamente maggiore di malattie e diventa quasi impensabile ammalarsi. Da non dimenticare infine che molte volte ci rifiutiamo di recarci dal medico ma cerchiamo informazioni in rete, agitandoci ulteriormente e allontanandoci da una reale soluzione del problema.

Ma quando questa paura e queste preoccupazioni  diventano un problema?

Quando la loro costante presenza peggiora significativamente la qualità della nostra vita!

Spesso infatti non riusciamo ad affrontare l’idea di accettare un cambiamento, soprattutto quando esso si presenta come un vero e proprio stravolgimento della nostra vita. Ma talvolta i cambiamenti sono inevitabili e dobbiamo fare attenzione a non restare intrappolati in una situazione di stallo tra necessità e resistenza, poiché se da un lato i cambiamenti sono auspicabili, al tempo stesso, sono spesso temuti e allontanati.

Nello specifico, quello di rifiutarsi di eseguire degli accertamenti è un meccanismo di difesa che sembra quasi voler tenere lontana la possibilità di una diagnosi e le permette di esorcizzare la paura di ammalarsi; ma si tratta di una decisione importante, complessa e potenzialmente rischiosa, che richiede pertanto la necessaria attenzione.

I fattori che possono predisporre a questo tipo di atteggiamento sono di varia natura. Concorrono fattori biologici e genetici che possono contribuire a predisporre la persona all’ansia, esperienze infantili o familiari di esposizione a malattie. Avendo una specifica vulnerabilità per l’ansia alla salute e quindi avendo sviluppato delle convinzioni rispetto a salute e malattia, al verificarsi di un evento scatenante (sintomi), scatteranno quindi meccanismi di protezione e, eventualmente, di evitamento.

Cosa fare allora in queste situazioni? A chi possiamo chiedere aiuto? Da dove iniziare?

Il primo passo da fare è quello di riconoscere la natura psicologica del problema, quando appunto, la quantità delle preoccupazioni rende la vita quotidiana difficile e di conseguenza possono risentirne anche i rapporti interpersonali, sociali e lavorativi incrementando lo stato di malessere psicofisico che può condurre ad una acutizzazione e cronicizzazione del problema.

Per iniziare è utile ragionare su 4 fondamentali regole:

  1. Imparare a riconoscere ciò che proviamo, le nostre emozioni e i nostri sentimenti, ed essere consapevoli della naturale resistenza emotiva che tutti noi abbiamo al cambiamento;
  2. Pensare alle conseguenze negative possibili ad una nostra incapacità di adattarci ad essi, ovvero, chiederci cosa comporterebbe restare immobili in queste difficili situazioni;
  3. Riconoscere il legame tra le nostre emozioni e i pensieri che inevitabilmente vengono generati dalla nostra mente e, successivamente, agire su questi ultimi per modificarli;
  4. Esplorare le soluzioni e le alternative possibili, chiedendo aiuto ad un esperto del settore!

È bene infine sottolineare come, proprio il rendersi responsabili in prima persona della propria salute, e non solo di quella degli altri, sia indispensabile  per poter incidere attivamente sul corso degli eventi e che l’abitudine alla a prevenzione tramite esami medici ed una eventuale precoce diagnosi, come nel caso delle demenze, sono ciò che può fare una grandissima differenza sul decorso della malattia.