“VOGLIO STARE A CASA MIA!” PERCHÉ INVESTIRE SULLA CASA E SULLA FAMIGLIA QUANDO SI PARLA DI ASSISTENZA

 

Quando assistiamo in casa un familiare anziano, non autosufficiente o affetto da demenza, ci facciamo carico di un compito arduo, complicato spesso dalla nostra insicurezza nel dover scegliere giorno dopo giorno, ora dopo ora e momento dopo momento, quale sia il comportamento più funzionale da adottare o la cosa più giusta da dire.

Tale insicurezza viene ancor più innestata in noi dalla paura e dal ricordo di quelle tante altre volte in cui le cose non sono andate come volevamo e, ahimè, ci siamo accorti di aver commesso un errore.

Quello che spesso ci sfugge è che in realtà, l’errore è necessario per imparare a non commetterlo più!

“È impossibile vincere le grandi scommesse della vita senza correre dei rischi, e le più grandi scommesse sono quelle relative alla casa e alla famiglia.”
(Teddy Roosevelt)

Il concetto di casa costituisce una punto fermo attorno alla quale si dipingono i nostri vissuti e, proprio per questo, la consideriamo generalmente l’ambiente per noi più sicuro.

In condizioni particolarmente delicate come quelle legate al gravoso compito dell’assistenza, anche vivere all’interno della nostra stessa casa può però diventare un problema.

Specialmente nel caso delle demenze, dove il declino della malattia coinvolge infatti tre aspetti fondamentali che rendono veramente difficile il rapporto di convivenza tra il nostro caro, la casa e noi, ovvero: l’orientamento nel tempo, l’orientamento nello spazio e la percezione del proprio corpo. 

Appare quindi inevitabile adattare l’ambiente domestico alle esigenze del nostro caro e dell’invalidità poiché esso sarà il luogo di cura più lungo!

Se pensiamo ad esempio alla malattia di Alzheimer, e al suo lunghissimo decorso, non è raro che il nostro caro viva in casa per anni e anni e, in questo lunghissimo corso temporale, la destrutturazione della persona avviene così lentamente da lasciare per molto tempo relativamente intatto il rapporto con l’ambiente domestico, senza eccessive limitazioni.

Ma ad un certo punto le cose cambieranno: usare il proprio letto, lo stare a tavola con la famiglia e molte altre capacità, tenderanno a perdersi e con essa la nostra storia personale poiché la casa è il luogo della identità, è lo spazio dove si colloca l’intimità.

 Chiunque ad un certo punto della vita mette su casa. La parte difficile è costruire una casa del cuore. Un posto non soltanto per dormire, ma anche per sognare.
Un posto dove crescere una famiglia con amore, un posto non per trovare riparo dal freddo ma un angolino tutto nostro
da cui ammirare il cambiamento delle stagioni; un posto non semplicemente dove far passare il tempo, ma dove provare gioia per il resto della vita. (Sergio Bambaren)

Quando il declino cognitivo è tale da non permettere più di dare un senso alle situazioni e alle relazioni, quando il nostro caro sembra andare in pezzi e l’obiettivo della cura diviene il contenerlo, ossia “tenerlo insieme”, l’atto terapeutico più efficace è quello di agevolare la relazione tra spazio, corpo e percezione.

Ciò andrà fatto con consapevolezza e competenza, imparando a modulare le modifiche all’ambiente domestico insieme al progredire della malattia, ovvero ai sintomi e al comportamento del malato… ma anche al comportamento di chi gli sta accanto.

Chi dovrà farsi carico di questo compito? La famiglia. Ma la famiglia non è sola!

Nella casa e nella famiglia, va rafforzata la consapevolezza e la percezione del proprio valore quale sede di assistenza, mentre oggi la famiglia risulta spesso poco sostenuta concretamente in questo suo ruolo. Paradossalmente però, al pari della scarsa presenza di servizi territoriali rivolti ai familiari, sempre più gli studi presenti in merito si muovono nel conferire alla formazione a all’assistenza della famiglia un ruolo di primo ordine nel contrastare la malattia. Ciò vuol dire che più sana e competente è la famiglia, più sarà efficace la lotta ad essa!

E allora, cosa fare? Rivolgersi ad esperti nel settore dell’assistenza e della neuropsicologia!

Non tutti sanno ad esempio che è possibile imparare semplici strategie di aggiustamento domestico in modalità protesica al fine di incrementare il benessere e l’autonomia sia nostra che del nostro caro, con benefici sul senso di sicurezza e sul clima familiare. Visto l’impatto che la malattia ha sulla famiglia e visto che il carico assistenziale ed emotivo richiesto è molto alto, è importante che i famigliari possano rivolgersi a degli specialisti per avere maggiori informazioni sul decorso della malattia, avere un sostegno psicologico per affrontare ansie e paure legato all’assistenza e uno spazio in cui possano elaborare le emozioni legate alla gestione del proprio caro.

Se la famiglia va, va anche la nazione e va il mondo intero in cui viviamo.
(Giovanni Paolo II)

Quando saremo chiamati alla nostra responsabilità di metterci in gioco, cosa sceglieremo di fare?

Prepararci a combattere la malattia affidandoci alle mani di persone realmente competenti, o aspettare che essa ci sconfigga?

Condivisioni 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *