NOI, I “PAZIENTI NASCOSTI”

Per i nostri cari siamo un sostegno indispensabile, spesso i medici contano su di noi e le istituzioni non potrebbero farne a meno.

Nonostante l’alto valore sociale di ciò che facciamo e l’ingente risparmio economico per la collettività, in Italia, a differenza che in altri Paesi europei, la nostra figura non è stata ancora riconosciuta giuridicamente.

Siamo noi, familiari o amici che, senza avere particolari conoscenze mediche o infermieristiche, si prendono cura di un paziente per tutta la durata della malattia, prestando assistenza in modo gratuito, continuativo e quantitativamente significativo a un congiunto non autosufficiente a causa di una grave disabilità.

Questo compito assorbe spesso tutta la nostra giornata, con un notevole dispendio di energie fisiche e mentali e un completo stravolgimento di tutti gli ambiti della vita (lavorativa, familiare e sociale).

Noi siamo i “pazienti nascosti”, perché chi assiste un malato soffre quanto il malato stesso e in pochi si chiedono di cosa abbiamo bisogno.

Abbiamo bisogno di sapere se stiamo facendo le cose nel modo corretto, di essere formati ed informati sulla malattia, di curare le nostre sofferenze fisiche e psicologiche, di sperimentare sicurezza, di avere competenza nel nostro ruolo così gravoso e necessario, e di molto altro!

E in un mondo in cui siamo ad oggi destinati a restare “pazienti nascosti”, dobbiamo rimboccarci le maniche: sarà nostra la alla responsabilità di compiere una scelta: attendere o agire!

Perché esiste una sola strategia vincente, ed è quella di essere preparati sulla malattia, sugli interventi realmente efficaci nel contrastarne la progressione e ricorrere ad un supporto per salvaguardare la propria salute.

Sei pronto a cambiare la tua vita e quella della tua famiglia?

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IL LINGUAGGIO EVOLVE, LA SOCIETÀ NO!

Sappiamo che la lingua italiana è in continua evoluzione e che il nostro vocabolario si arricchisce di anno in anno di nuove parole.

Sappiamo anche che l’Italia è un paese di vecchi.

Basta effettuare una veloce e facile ricerca su Internet per rendersi conto della portata di questo fenomeno demografico che da tempo ormai investe il nostro paese.

Ma che succede quando mettiamo insieme queste due informazioni?

Scopriamo che da qualche anno ormai si sente parlare del termine “ageismo”, che indica tutta una serie di stereotipi negativi e pregiudizi verso chi si avvicina sempre più all’età anziana e che caratterizza le società (così dette) moderne.

Alzi la mano chi non ha mai pensato o detto frasi come “l’invecchiamento è una brutta cosa”, “quando diventi vecchio ormai quel che è fatto è fatto”, “sono troppo vecchio per cambiare” e così via.

Si perché i primi a cedere all’ageismo siamo noi e le cose che crediamo, si sa, pia piano finiscono per diventare la realtà che viviamo ogni giorno.

L’ageismo è diventato una condizione mentale ed un atteggiamento molto più diffuso e dannoso di quanto si possa pensare!

Peccato che anche noi giorno dopo giorno ci avviciniamo a quell’età.

E a chi daremo la colpa? Di chi è la responsabilità della società che stiamo lasciando in eredità ai nostri figli e a noi stessi? E cosa possiamo fare oggi per i nostri cari già più anziani?

Valutare accuratamente e monitorare nel tempo lo stato di salute mentale e fisica, al fine di programmare interventi di prevenzione e promozione di stili di vita più salutari e funzionali, finalizzati alla migliore qualità di vita possibile, più a lungo!

Adesso fermati e rifletti. Da che parte scegli di stare? Da quella di chi si arrende alla de-evoluzione della società o da quella di chi decide di fare qualcosa di concreto?