QUALE ALIMENTAZIONE I NOSTRI ANZIANI? UN’ASSICURAZIONE PER L’INVECCHIAMENTO.

L’alimentazione è sempre più, negli ultimi anni, oggetto di interesse scientifico non soltanto per quanto riguarda validità di diete e di particolari regimi alimentari di cui oggi si parla molto, ma soprattutto per quanto riguarda la lotta a molte condizioni mediche e non solo.

Sappiamo infatti che, da elevati livelli di colesterolo a problemi di funzionalità renale, dalla celiachia all’iper o ipo tiroidismo, molte persone hanno bisogno di un regime alimentare specifico dal quale non possono scostarsi, pena ulteriori complicazioni mediche o peggio.

Qual’è la buona notizia? Che anche gli italiani, finalmente, sono sempre più sensibili alla tematica della prevenzione e, con essa, anche a quella dell’alimentazione. Ma abbiamo ancora parecchia strada da fare… Nello specifico, vogliamo soffermarci oggi sull’importanza dell’alimentazione nel campo dell’invecchiamento sia normale che patologico.

Perchè? Per due motivi principali: il primo riguarda il fatto che spesso, nell’immaginario comune, l’uomo resta  giovane in eterno (ci piacerebbe!) e non si considera che con l’aumentare dell’età cambiano le richieste fisiche e mentali; il secondo è che da anni ormai il mondo della scienza ha accertato una correlazione diretta (sia in termini di insorgenza che di decorso) tra alimentazione e alcune delle peggiori e mortali condizioni patologiche quali neoplasie, malattie cardiovascolari e demenze.

Lo sapevi che all’aumentare dell’età avvengono modificazioni fisiologiche, quali il rallentamento del metabolismo basale e la diminuzione della muscolatura scheletrica, cambiamenti dello stile di vita, come la ridotta attività fisica, che riducono il fabbisogno energetico, ma che richiedono un giusto apporto di nutrienti?

Il problema, nell’anziano, è appunto quello che è necessario garantire un regime alimentare equilibrato e completo nei principali nutrienti. Non dimentichiamo poi l’importanza di una adeguata idratazione: infatti, gli anziani sentono meno la sete o non bevono per paura di disturbi come l’incontinenza urinaria o per timore dell’accumulo di liquidi; è invece necessario bere ogni giorno una buona quantità di acqua per preservare la funzionalità renale, idratare la pelle, e ridurre il rischio di stipsi. Ricordiamo che un vantaggio dei liquidi è quello di poter essere introdotti sotto diverse forme, anche maggiormente gradite come i succhi di frutta; per la gioia di molti, anche un bicchiere di vino durante i pasti va bene… purché la quantità sia limitata!!!

Lo sapevi che le persone anziane sono anche a rischio di carenza di ferro? Evitiamola aumentando ad esempio il consumo di legumi, radicchio, spinaci, uova e carne rossa.

Queste e molte altre indicazioni per una più corretta alimentazione sono già presenti nella “dieta mediterranea”, riconosciuta come uno tra i regimi alimentari più completi e fondamentali per garantire la salute dell’individuo durante tutto l’arco di vita.

 

 

I più recenti studi in merito (es. Hardman et al., 2016), già da molto tempo, hanno accertato infatti che, chi segue tale regime ha una prospettiva di vita più lunga e più in salute. Ciò riguarda non solo l’invecchiamento normale ma anche quello patologico: si parla nello specifico, come già accennato prima, delle demenze.

Un malato di demenza, rischia più di quanto si possa pensare di non mangiare e bere a sufficienza e in modo equilibrato e, in conseguenza, di essere malnutrito e di peggiorare il suo stato di salute. Ricordiamoci poi che mangiare e bere non è importante solo per la salute fisica ma anche per l’umore; è importante tenere vivo il gusto di mangiare e bere insieme, anche se spesso è tutt’altro che facile.

Ma perchè chi si ammala di demenza ha tutte queste difficoltà con l’alimentazione? Perchè le alterazioni dovute alla demenza sono tante. Tra le più frequenti ritroviamo queste condizioni:

  • I disturbi della memoria possono indurre il malato a non svolgere più correttamente operazioni abituali come fare la spesa e cucinare finendo per cucinare e mangiare sempre meno o sempre le stesse cose;
  • Spesso non si è più in grado di esternare la propria fame e la propria sete o non si ricorda più se si ha già mangiato o bevuto;
  • Sono presenti alterazioni olfattive e gustative che possono ridurre l’appetito.

Che si tratti di un invecchiamento normale o patologico, i familiari che si prendono cura di un anziano possono fare molto per garantire ai loro cari le migliori condizioni di salute possibile e se in caso di difficoltà o dubbi non esitiamo a  rivolgerci ad un esperto del settore dell’invecchiamento.

Il benessere di domani dipende dalle scelte che facciamo oggi!

 

 

“TOCCHERÀ ANCHE A ME?” QUANDO LA PAURA DI SCOPRIRE LA MALATTIA CI METTE A DURA PROVA

Molti di noi hanno fatto, nel corso della loro vita, un’esperienza particolarmente interessante: quella di avere un dubbio (anche lieve) riguardo il proprio stato di salute, facilmente risolvibile con una indagine medica e magari con semplici esami del sangue.

Eppure quella volta abbiamo rimandato, rimandato e… rimandato! Siamo stati bravissimi a trovare scuse e impegni improrogabili che ci impedivano di fare gli accertamenti necessari.

Un giorno però, magari costretti dai familiari, magari per qualche altro motivo, li abbiamo fatti e abbiamo respirato l’aria più buona del mondo scoprendo che dietro il nostro malessere non vi era nulla di grave, realizzando solo in un secondo momento che abbiamo avuto la tremenda paura di scoprire qualcosa che non eravamo pronti ad accettare!

Lo stesso può accadere quando in gioco non c’è direttamente la nostra salute, ma quella di un nostro caro: in attesa di un referto o prima di un esame o di una visita importante, è possibile provare ansia e avere la testa invasa da mille preoccupazioni sulle conseguenze che un cattivo esito potrebbe portare. Fa parte di questo genere di situazioni quella in cui potremmo ritrovarci catapultati nel mondo dell’assistenza ad un familiare, in conseguenza ad una diagnosi di demenza.

Iniziamo però sottolineando che avere paura di ammalarsi, o di dover affrontare la malattia di un nostro familiare, è tanto profonda quando normale!

Lo sapevi che la paura ha una funzione adattiva?

L’essere umano, alla pari degli altri animali, posto di fronte a una minaccia o un pericolo, attiva una serie di reazioni che servono a difenderlo dai pericoli interni (come una malattia) o esterni, ambientali (quali ad esempio un terremoto).

Le paure riguardanti la malattia sono molte e possono riguardare ambiti diversi: paura di non essere autonomi e di dover chiedere agli altri intorno a te, paura dei farmaci e dei loro effetti collaterali, paura che le terapie non funzioneranno, paura del dolore, paura di non poter più tornare a condurre una vita normale, paura di morire.

E poi c’è il paradosso: oggi la scienza è in grado di curare una quantità nettamente maggiore di malattie e diventa quasi impensabile ammalarsi. Da non dimenticare infine che molte volte ci rifiutiamo di recarci dal medico ma cerchiamo informazioni in rete, agitandoci ulteriormente e allontanandoci da una reale soluzione del problema.

Ma quando questa paura e queste preoccupazioni  diventano un problema?

Quando la loro costante presenza peggiora significativamente la qualità della nostra vita!

Spesso infatti non riusciamo ad affrontare l’idea di accettare un cambiamento, soprattutto quando esso si presenta come un vero e proprio stravolgimento della nostra vita. Ma talvolta i cambiamenti sono inevitabili e dobbiamo fare attenzione a non restare intrappolati in una situazione di stallo tra necessità e resistenza, poiché se da un lato i cambiamenti sono auspicabili, al tempo stesso, sono spesso temuti e allontanati.

Nello specifico, quello di rifiutarsi di eseguire degli accertamenti è un meccanismo di difesa che sembra quasi voler tenere lontana la possibilità di una diagnosi e le permette di esorcizzare la paura di ammalarsi; ma si tratta di una decisione importante, complessa e potenzialmente rischiosa, che richiede pertanto la necessaria attenzione.

I fattori che possono predisporre a questo tipo di atteggiamento sono di varia natura. Concorrono fattori biologici e genetici che possono contribuire a predisporre la persona all’ansia, esperienze infantili o familiari di esposizione a malattie. Avendo una specifica vulnerabilità per l’ansia alla salute e quindi avendo sviluppato delle convinzioni rispetto a salute e malattia, al verificarsi di un evento scatenante (sintomi), scatteranno quindi meccanismi di protezione e, eventualmente, di evitamento.

Cosa fare allora in queste situazioni? A chi possiamo chiedere aiuto? Da dove iniziare?

Il primo passo da fare è quello di riconoscere la natura psicologica del problema, quando appunto, la quantità delle preoccupazioni rende la vita quotidiana difficile e di conseguenza possono risentirne anche i rapporti interpersonali, sociali e lavorativi incrementando lo stato di malessere psicofisico che può condurre ad una acutizzazione e cronicizzazione del problema.

Per iniziare è utile ragionare su 4 fondamentali regole:

  1. Imparare a riconoscere ciò che proviamo, le nostre emozioni e i nostri sentimenti, ed essere consapevoli della naturale resistenza emotiva che tutti noi abbiamo al cambiamento;
  2. Pensare alle conseguenze negative possibili ad una nostra incapacità di adattarci ad essi, ovvero, chiederci cosa comporterebbe restare immobili in queste difficili situazioni;
  3. Riconoscere il legame tra le nostre emozioni e i pensieri che inevitabilmente vengono generati dalla nostra mente e, successivamente, agire su questi ultimi per modificarli;
  4. Esplorare le soluzioni e le alternative possibili, chiedendo aiuto ad un esperto del settore!

È bene infine sottolineare come, proprio il rendersi responsabili in prima persona della propria salute, e non solo di quella degli altri, sia indispensabile  per poter incidere attivamente sul corso degli eventi e che l’abitudine alla a prevenzione tramite esami medici ed una eventuale precoce diagnosi, come nel caso delle demenze, sono ciò che può fare una grandissima differenza sul decorso della malattia.

MALATI PER AMORE: SACRIFICARE NOI STESSI PER ASSISTERE UN FAMILIARE?

 

Quali sono i sintomi e le problematiche correlate alle molte patologie invalidanti e, in particolare, a quelle neuro degenerative come la demenza, è dato saperlo.

Non sempre però è facile per le nostre famiglie adeguarsi e fare i conti con esse giorno dopo giorno. Soprattutto ai giorni nostri, le prospettive di vita sono molto aumentate e non sempre si invecchia in salute ed autonomia; le esigenze dei nostri cari anziani e, in particolare, di quelli affette da patologie degenerative sono infatti sempre molte e, molto spesso, inaspettate e nuove.

Che dire, il cambiamento è sempre dietro l’angolo e siamo chiamati a coglierlo anche quando non possediamo più le risorse mentali necessarie.

Spesso facciamo davvero tanta fatica ad affrontare i cambiamenti, soprattutto quando essi si presentano come veri e propri stravolgimenti della nostra vita.

Ma quando i cambiamenti sono inevitabili, dobbiamo fare attenzione a non restare intrappolati in una situazione di stallo tra necessità e resistenza, poiché se da un lato i cambiamenti sono auspicabili, al tempo stesso, sono spesso temuti e allontanati.

Parole come demenza e Alzheimer fanno sempre più parte del nostro vocabolario e, nello specifico, delle famiglie che con non poche difficoltà si sono trovate ad affrontare situazioni complesse, a volte senza un significativo supporto e catapultate in un mondo completamente nuovo in cui dovranno ri-accogliere un familiare che, a volte lentamente, altre volte bruscamente, cambia fino a non essere più riconosciuto.

L’effetto che la demenza può determinare sul cervello causa infatti una notevole alterazione del comportamento delle persona e, indirettamente, un inesorabile cambiamento del clima familiare.

Siamo preparati ad affrontare tutto questo? Conosciamo le strategie e le tecniche migliori e ottimali per affrontare le difficoltà che si presenteranno ogni singolo giorno? Saremo pronti quando ci sentiremo soli, abbandonati e stanchi di lottare, e dovremmo accudire e sorvegliare il nostro caro 24 ore su 24?

Tutto questo causa nelle nostre famiglie confusione, quasi a rispecchiare la stessa confusione che cresce nella mente del nostro caro, in cui ricordi, immagini, persone e significati si mescolano e confondono fino a perdersi del tutto.

Non è facile per un familiare fare fronte a tutto ciò: dover ogni giorno imparare a conoscere la persona che ha di fronte, comprendere un nuovo linguaggio, nuovi gesti, nuove richieste.

Ci sentiamo impotenti e spesso frustrati dall’impossibilità a gestire la situazione poiché stentiamo a comprendere ciò che sta accadendo.

Trovarsi ad affrontare la demenza comporta una grande sofferenza; ci si ritrova sottoposti ad un processo di continuo logoramento psico-fisico, più generalmente identificato con la parole ‘stress’.

Lo stress fa parte di noi. Giorno dopo giorno ne siamo a stretto contatto e, troppo spesso, ne siamo inglobati fino a non vederne una possibilità di uscita. Quello che a volte ignoriamo è che, oltre le complicazioni emotive e psicologiche, lo stress stimola la produzione di cortisolo che, tra i tanti effetti sul nostro organismo, causa:

Anche se, lentamente, il sociale sta cercando di dare voce alle famiglie, soprattutto a quelle in maggiori condizioni di difficoltà e sofferenza, spesso rimane in noi una profonda frustrazione derivata dall’insicurezza nel gestire una malattia sulla quale non siamo sufficientemente istruiti, oltre che dai carichi economici ed oggettivi della cura.

In alcune situazioni, sentimenti come rabbia e senso di colpa sono emozioni del tutto momentanee e transitorie, in altre ahimè queste si cronicizzano. E noi, familiari di persone che assistono in casa un anziano non autosufficiente o affetto da demenza, sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando.

Uno degli ingredienti segreti per mantenere un adeguato equilibrio psicofisico, specialmente quando ci troviamo ad affrontare situazioni difficili, è quello di ritagliare sempre uno spazio per noi stessi e per coltivare le nostre relazioni.

Nonostante tutto questo, i familiari rappresentano la risorsa principale per l’assistenza e, se affiancati da un esperto nella gestione quotidiana del malato, permettono la riduzione dei costi legati all’assistenza e del ricorso all’istituzionalizzazione nonché un più efficace intervento atto a contrastare attivamente il decorso della malattia.

E in un mondo in cui siamo ad oggi destinati a restare “pazienti nascosti”, dobbiamo rimboccarci le maniche: sarà nostra la alla responsabilità di compiere una scelta: attendere o agire!

Perché esiste una sola strategia vincente, ed è quella di essere preparati sulla malattia, sugli interventi realmente efficaci nel contrastarne la progressione e ricorrere ad un supporto per salvaguardare la propria salute.

 Afferra la stretta di qualcuno che ti aiuterà, e poi utilizzala per aiutare qualcun altro.
(Booker T. Washington)

 

 

 

 

 

CHIEDI SOLO A CHI NE SA VERAMENTE QUALCOSA!

Lo sapevi che sempre più, nella popolazione anziana, è in aumento l’insorgenza di patologie altamente e progressivamente invalidanti come la demenza?
Hai mai pensato alla possibilità, un giorno, di doverti prendere cura di un tuo caro malato?
Sai cosa ciò comporterà veramente? Sai che la formazione e l’istruzione di chi, insieme a te, si prenderà cura del tuo caro saranno fondamentali per contrastare la malattia e, soprattutto, per evitare errori poi irreparabili?

Le più recenti ricerche nel campo della demenza, parallelamente a quelle sui farmaci, si muovono sempre più a conferma dell’efficacia di interventi rivolti ad educare, informare ed addestrare coloro che vivono a stretto contatto con il malato (siano essi familiari o personale specializzato).

Uno dei consigli più importanti per chi si accinge a ricoprire il ruolo di caregiver è infatti quello di chiedere aiuto affidandosi a mani esperte, ovvero a chi è realmente e concretamente in grado di aiutarci in questo difficile compito e, soprattutto, di non aggravare la situazione!

Ma siamo proprio sicuri che siano davvero esperte le mani che scegliamo? Già perché di ciò che comporterebbe l’errore nella relazione di cura non parla mai nessuno!

L’attenzione è più spesso concentrata su ‘cosa fare/non fare’. E al ‘come farlo’ chi ci pensa?

Chiedere aiuto non è segno di debolezza ma, al contrario, segno di forza e di  responsabilità nei confronti non solo del nostro caro, ma anche noi stessi e di tutta la nostra famiglia che sempre più dipende dalla nostra capacità di affrontare efficacemente i problemi quotidiani.

Accertiamoci quindi di contornarci di aiuti validi e non dannosi, di persone e personale formato, che sappia davvero cosa fare e come farlo!

Se vuoi saperne di più chiedici maggiori informazioni. Il tuo benessere non può aspettare, affidati a mani esperte!

 

“VOGLIO STARE A CASA MIA!” PERCHÉ INVESTIRE SULLA CASA E SULLA FAMIGLIA QUANDO SI PARLA DI ASSISTENZA

 

Quando assistiamo in casa un familiare anziano, non autosufficiente o affetto da demenza, ci facciamo carico di un compito arduo, complicato spesso dalla nostra insicurezza nel dover scegliere giorno dopo giorno, ora dopo ora e momento dopo momento, quale sia il comportamento più funzionale da adottare o la cosa più giusta da dire.

Tale insicurezza viene ancor più innestata in noi dalla paura e dal ricordo di quelle tante altre volte in cui le cose non sono andate come volevamo e, ahimè, ci siamo accorti di aver commesso un errore.

Quello che spesso ci sfugge è che in realtà, l’errore è necessario per imparare a non commetterlo più!

“È impossibile vincere le grandi scommesse della vita senza correre dei rischi, e le più grandi scommesse sono quelle relative alla casa e alla famiglia.”
(Teddy Roosevelt)

Il concetto di casa costituisce una punto fermo attorno alla quale si dipingono i nostri vissuti e, proprio per questo, la consideriamo generalmente l’ambiente per noi più sicuro.

In condizioni particolarmente delicate come quelle legate al gravoso compito dell’assistenza, anche vivere all’interno della nostra stessa casa può però diventare un problema.

Specialmente nel caso delle demenze, dove il declino della malattia coinvolge infatti tre aspetti fondamentali che rendono veramente difficile il rapporto di convivenza tra il nostro caro, la casa e noi, ovvero: l’orientamento nel tempo, l’orientamento nello spazio e la percezione del proprio corpo. 

Appare quindi inevitabile adattare l’ambiente domestico alle esigenze del nostro caro e dell’invalidità poiché esso sarà il luogo di cura più lungo!

Se pensiamo ad esempio alla malattia di Alzheimer, e al suo lunghissimo decorso, non è raro che il nostro caro viva in casa per anni e anni e, in questo lunghissimo corso temporale, la destrutturazione della persona avviene così lentamente da lasciare per molto tempo relativamente intatto il rapporto con l’ambiente domestico, senza eccessive limitazioni.

Ma ad un certo punto le cose cambieranno: usare il proprio letto, lo stare a tavola con la famiglia e molte altre capacità, tenderanno a perdersi e con essa la nostra storia personale poiché la casa è il luogo della identità, è lo spazio dove si colloca l’intimità.

 Chiunque ad un certo punto della vita mette su casa. La parte difficile è costruire una casa del cuore. Un posto non soltanto per dormire, ma anche per sognare.
Un posto dove crescere una famiglia con amore, un posto non per trovare riparo dal freddo ma un angolino tutto nostro
da cui ammirare il cambiamento delle stagioni; un posto non semplicemente dove far passare il tempo, ma dove provare gioia per il resto della vita. (Sergio Bambaren)

Quando il declino cognitivo è tale da non permettere più di dare un senso alle situazioni e alle relazioni, quando il nostro caro sembra andare in pezzi e l’obiettivo della cura diviene il contenerlo, ossia “tenerlo insieme”, l’atto terapeutico più efficace è quello di agevolare la relazione tra spazio, corpo e percezione.

Ciò andrà fatto con consapevolezza e competenza, imparando a modulare le modifiche all’ambiente domestico insieme al progredire della malattia, ovvero ai sintomi e al comportamento del malato… ma anche al comportamento di chi gli sta accanto.

Chi dovrà farsi carico di questo compito? La famiglia. Ma la famiglia non è sola!

Nella casa e nella famiglia, va rafforzata la consapevolezza e la percezione del proprio valore quale sede di assistenza, mentre oggi la famiglia risulta spesso poco sostenuta concretamente in questo suo ruolo. Paradossalmente però, al pari della scarsa presenza di servizi territoriali rivolti ai familiari, sempre più gli studi presenti in merito si muovono nel conferire alla formazione a all’assistenza della famiglia un ruolo di primo ordine nel contrastare la malattia. Ciò vuol dire che più sana e competente è la famiglia, più sarà efficace la lotta ad essa!

E allora, cosa fare? Rivolgersi ad esperti nel settore dell’assistenza e della neuropsicologia!

Non tutti sanno ad esempio che è possibile imparare semplici strategie di aggiustamento domestico in modalità protesica al fine di incrementare il benessere e l’autonomia sia nostra che del nostro caro, con benefici sul senso di sicurezza e sul clima familiare. Visto l’impatto che la malattia ha sulla famiglia e visto che il carico assistenziale ed emotivo richiesto è molto alto, è importante che i famigliari possano rivolgersi a degli specialisti per avere maggiori informazioni sul decorso della malattia, avere un sostegno psicologico per affrontare ansie e paure legato all’assistenza e uno spazio in cui possano elaborare le emozioni legate alla gestione del proprio caro.

Se la famiglia va, va anche la nazione e va il mondo intero in cui viviamo.
(Giovanni Paolo II)

Quando saremo chiamati alla nostra responsabilità di metterci in gioco, cosa sceglieremo di fare?

Prepararci a combattere la malattia affidandoci alle mani di persone realmente competenti, o aspettare che essa ci sconfigga?

L’ERRORE PIÙ GRAVE QUANDO SI FA UNA SCELTA IMPORTANTE

Tante sono le scelte difficili che dobbiamo affrontare quando ci prendiamo cura di una persona affetta da demenza.

La scelta del ricovero in istituto è tra quelle più importanti e tormentate poiché in questi casi particolarmente lungo e doloroso è lo stesso processo di scelta, dove spesso restiamo sospesi tra un continuo rimandare di ciò che sentiamo essere ormai inevitabile e la volontà di poter ancora essere in grado di prenderci cura in prima persona del nostro caro.

Non parliamo poi delle inevitabili preoccupazioni di contorno come quella economica o la paura di non affidarci a delle mani competenti.

Ma siamo proprio sicuri che sia arrivato il momento giusto?

Siamo sicuri cioè di non essere più in grado di gestire la situazione e di aver valutato l’idea di una ospedalizzazione solo perché siamo stanchi e privi di forze sia fisiche che mentali?

Perché questo è l’errore più grande: fare una scelta quando non siamo mentalmente nelle condizioni di farla! E questo vale in tutti i campi della nostra vita!

Ma tornando al caso specifico, abbiamo ad esempio chiesto aiuto ad un esperto che possa darci assistenza e formazione sulla malattia, sul suo progredire e su cosa possiamo fare attivamente per contrastarla? Abbiamo chiesto un aiuto nel valutare la possibilità/utilità di una ospedalizzazione allo stato odierno delle cose? Abbiamo considerato di doverci prendere cura di noi stessi per metterci poi in grado di compiere una scelta dalla quale dipende il nostro futuro e quello della nostra famiglia?

Ricordiamoci che la nostra responsabilità nel cercare attivamente un aiuto è enorme e spesso più siamo stressati (e quindi non abbastanza lucidi per affrontare la situazione), più difficile diventa cercarlo e commettere grossi errori.

Lo sapevi infatti che una precoce ospedalizzazione porta spesso ad un decorso più rapido della malattia e, quindi, alla morte?

Decidere quale sia il momento più opportuno per il ricovero del nostro caro è una nostra scelta, da ponderare e valutare attentamente con l’aiuto di esperti del settore: non esitate a farlo!

NON SIAMO I SOLI

 

Più dell’80% dei malati di demenza o Alzheimer vive in casa, a totale carico della famiglia, che ne deve garantire l’assistenza 24 ore al giorno.

Questo dato ci rivela che non siamo i soli!

Non siamo i soli a vivere questa situazione di costante stress che ci porta ad ammalarci fisicamente e psichicamente; non siamo i soli a far parte di quelle “vittime nascoste” colpite dalla demenza; non siamo i  soli a convivere quotidianamente con nervosismo, inappetenza, insonnia, depressione, frustrazione; non siamo i soli ad essere tremendamente arrabbiati!

Proviamo rabbia per molte cose: per la situazione in generale, per ciò che è capitato, per i comportamenti strani del malato, per la sua ripetitività, per la sua instancabilità, per la sua incapacità a svolgere normali e abituali attività per le quale ormai dipende interamente da noi.

Ci si arrabbia con il malato, ma soprattutto con sé stessi perché nell’arrabbiarsi ci si dimentica, almeno per un momento, che chi si ha davanti è una persona malata, che i suoi comportamenti non sono volontari e che è una delle persone più importanti della nostra vita.

Rabbia e amore si ritrovano compresenti in noi nello stesso momento, in un modo del tutto “umano”.

E’ nostra responsabilità però fare attenzione che questi stati d’animo del tutto naturali e legittimi non interferiscano in maniera negativa con il nostro ruolo di caregiver e che non ci portino a commettere errori imperdonabili e a sottovalutare l’importanza di mantenere una relazione positiva con il nostro caro e il nostro benessere psicofisico!

Un caregiver sano, istruito e competente è un caregiver più efficace ed esistono figure professionali specializzate (come quella del neuropsicologo) che possono supportarti in questo difficile compito!

Sono infatti infinite e sempre nuove le variabili in gioco quando si parla di demenza e dobbiamo essere in grado di affrontarle tutte con efficacia.

SENSO DI COLPA: TANTO DANNOSO QUANTO INUTILE

E’ uno degli stati d’animo più frequenti e meglio conosciuti dall’uomo.

Spesso segue alla rabbia e rappresenta un ospite poco gradito poiché si palesa nelle situazioni e nei momenti più delicati della nostra vita.

Inoltre, a differenza di altri stati d’animo all’apparenza negativi, che possono trasformarsi nella “carica necessaria” ad indurci alla ricerca del cambiamento, il senso di colpa è assolutamente dannoso, poiché peggiora progressivamente la situazione in atto e ci da la sensazione di essere impantanati come in sabbie mobili, dove più tentiamo di resistere, più sprofondiamo.

Ma in quali situazioni la rabbia può trasformarsi in senso di colpa?

Tante, prima tra tutte è quella in cui la persona che è ha scatenato l’iniziale rabbia è qualcuno che si ama! E maggiore sarà la rabbia inizialmente provata, maggiore sarà il senso di colpa che ne seguirà.

Sebbene, in alcune situazioni, rabbia e senso di colpa sono emozioni del tutto momentanee e transitorie, in altre ahimè queste si cronicizzano.

E noi, familiari di persone che assistono in casa un anziano non autosufficiente o affetto da demenza, sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando. Trovarsi ad affrontare la demenza comporta una grande sofferenza: ci si ritrova sottoposti ad un processo di continuo logoramento psico-fisico.

Potremmo fare un elenco infinito di situazioni quotidiane permeate da senso di colpa: vi è senso di colpa per la voglia di evadere o per il fatto stesso di aver lasciato sola la persona amata anche solo per un attimo; per la bugia detta al malato per convincerlo a fare qualcosa; per la vergogna e l’imbarazzo provati verso i suoi comportamenti bizzarri…

Nonostante la costante presenza di tali difficoltà, i familiari rappresentano la risorsa principale per l’assistenza e, se affiancati da un esperto nella gestione quotidiana del malato, permettono la riduzione dei costi legati all’assistenza e del ricorso all’istituzionalizzazione nonché un più efficace intervento atto a contrastare attivamente il decorso della malattia.

Nella lotta contro il senso di colpa, vince chi è più preparato!

Non permettere che uno stato d’animo tanto inutile quanto dannoso, decida delle sorti tue e della tua famiglia.

Se vuoi sapere come fare, contattaci! I nostri esperti ti renderanno la libertà.

AAA BADANTE CERCASI (5 CONSIGLI)

Se anche tu assisti in casa un familiare non autosufficiente o affetto da demenza, avrai sicuramente preso in considerazione (in assenza di altre soluzioni) la possibilità di  assumere una badante.  Si tratta di un tema sempre molto delicato poiché, in questa scelta, spesso le famiglie si sentono poco tutelate e sostenute.

Come affidare ad un estraneo la cura dei nostri cari? Come essere sicuri che questa abbia le giuste competenze? Quali informazioni richiedere?

Queste non sono solo preoccupazioni ma, soprattutto, reali problem che vanno ad aggravare un equilibrio familiare spesso già precario. Proprio per questo ti vogliamo dare oggi alcuni preliminari ma importanti consigli  che potranno aiutarti in questa delicata scelta.

  1. SEMPRE EFFETTUARE UN COLLOQUIO

La persona, possiede tutti i documenti necessari? Ha esperienza nel settore dell’assistenza? Possiede un attestato di formazione in area socio-sanitaria? Possiede referenze verificabili? La persona appare compatibile con le esigenze della persona malata?

  1. CHIEDERE “COME SI COMPORTEREBBE SE…?”

Formulare alla persona domande in questa formula ci fornisce molte informazioni, soprattutto in merito alla pazienza, all’amore per il proprio lavoro e al rispetto per l’assistito!

  1. DOCUMENTI IN REGOLA, MOTIVAZIONE E COMPETENZA

Sempre diffidare dall’assenza di queste tre caratteristiche.

  1. SFRUTTARE AL MEGLIO IL PERIODO DI PROVA

Far svolgere alla persona più mansioni possibili che tu e gli altri familiari potete controllare; non dimentichiamoci di chiedere un parere anche al nostro caro assistito.

  1. FORMAZIONE SPECIFICA

Se  l’anziano da assistere è affetto da una particolare patologia, come ad esempio in caso di demenza, è fondamentale che la persona abbia competenze specifiche!

Sebbene non sempre chi si occupa di assistenza possieda tali competenze, è auspicabile che, qualora possibile, la famiglia stessa possa fornirle attraverso la partecipazione a percorsi di formazione che possano soddisfare le singole esigenze. Ma come farlo? Rivolgendosi a professionisti esperti nel settore della formazione ai caregiver e al personale di assistenza.

COSA FARE (E COSA NON FARE) QUANDO CI SI PREPARA A RIORGANIZZARE L’AMBIENTE DI VITA DI UNA PERSONA AFFETTA DA DEMENZA

Sempre più spesso si parla di come sia importante, attraverso interventi specializzati di adattamento ambientale, riorganizzare la vita del nostro caro affetto da demenza e che viene accudito in casa.

L’importanza di interventi di questo tipo è dovuta alla reale efficacia di modulazione e/o prevenzione di molti disturbi comportamentali, che interferiscono in maniera importante con la quotidianità della relazione di cura. Per dirla in semplici parole, intervenire sull’ambiente domestico, apportando delle modifiche, aiuta il nostro compito di assistenza… ma solo se sappiamo realmente farlo, ovvero, se nel programmare tale intervento siamo anche a conoscenza di cosa “non fare”.

Innanzi tutto è necessaria una adeguata riorganizzazione degli spazi domestici: l’abitazione deve essere resa il più possibile sicura e organizzata in modo tale da ottimizzare l’autonomia residua dell’anziano. Allo stesso tempo, un secondo punto da ricordare è che l’anziano affetto da demenza soffre di ogni cambiamento di luogo e abitudini. Per evitare inutili stress e traumi, con possibilità di riacutizzare i disturbi comportamentali, quindi, si dovrebbe cercare di lasciarlo il più possibile in un ambiente che gli sia familiare.

Ma allora, come sbrogliare questa matassa? Come capire cosa fare e cosa non fare?

Anche avvalendosi delle migliori terapie disponibili, assicurare un supporto ottimale al malato non è mai facile, perché il progressivo declino cognitivo, con il tempo, determina una condizione di sempre maggiore invalidità.

Come possiamo quindi garantirci intervento migliore e più efficace?

Affidandosi alle mani esperte di chi, del supporto ai familiari e agli anziani affetti da demenza, ha fatto la sua professione.

La responsabilità del futuro della tua famiglia è nelle tue mani: cosa farai?